Chi sono i Sambari?
La figura dei Sambari affonda le radici tra il VII e il IX secolo, con l’arrivo dei monaci basiliani nell’area dell’Aspromonte. Nel tempo, questa figura ha subito una profonda trasformazione, plasmandosi nell’immaginario collettivo popolare ed evolvendo nel folclore locale da monaco a simbolo. Una tradizione che è quasi scomparsa e oggi sopravvive solo nei racconti degli anziani e in pochi testi e studi.
Ma partiamo dall’inizio…
Santa Marina
Questi monaci, di origine bizantina, fuggivano dalla persecuzione iconoclasta, trovando rifugio nelle zone interne del Sud Italia. Uno dei loro insediamenti fu presso il convento di Santa Marina (XI secolo), situato sopra l’attuale abitato deliese.
Il convento di Santa Marina, probabilmente una grangia del monastero di San Bartolomeo di Trigona (S. Eufemia), era usato nei periodi più freddi, mentre l’estate veniva trascorsa in altura, in amenissima posizione, a San Paolino nei pressi di Fistocchio (1560 m), per poi riscendere per la svernata.
Oggi del convento di Santa Marina restano solo alcuni ruderi.
La Questua
Per il loro sostentamento, i monaci praticavano la questua: passavano per Pedàvoli e Paracorìo suonando i campanacci per annunciarsi, a primavera e prima dell’inverno, e chiedendo offerte in viveri e beni di prima necessità. Ritornando in paese all’inizio di maggio, in segno di riconoscenza portavano la ginestra, chiamata maju-maju. Prima di partire per l’altura, distribuivano ai bambini la frutta secca rimasta dalle provviste dell’inverno.
Monaci e Sambari
I monaci erano visti di rado, vestiti di scuro, incappucciati e accompagnati dal caratteristico suono dei campanacci. Questa apparizione, quasi spettrale, doveva suscitare nell’immaginario collettivo un senso di straniamento, un’immagine quasi grottesca.
Ai bambini veniva detto che questi monaci scendevano dai monti per prendere i “cattivi”, metterli nta vertula (bisaccia), e portarli via; spingendoli in tal modo a fare buoni propositi.
Non si sa quando il termine “Sambaro” sia stato attribuito ai monaci: forse nato da una storpiatura di zzimbaru (caprone), per indicare l’aspetto rustico e trascurato dei religiosi che scendevano dai monti. Nel dialetto deliese la parola oggi mantiene un’accezione negativa: trasandato, trascurato, vestito male.
Il “Maju Maju”
Il convento fu abbandonato, probabilmente prima del terremoto del 1783, ma la tradizione della questua monastica lasciò un’eredità: fino alla seconda metà del Novecento, il giorno del 1° maggio i deliesi addobbavano le porte di casa con la ginestra, simbolo di protezione, mentre i bambini giravano di casa in casa recitando scherzosamente:
“O mi faciti u Maju Maju o vi cacu a porta e mi ndi vaju.”
In questo contesto, il Maju Maju era un piccolo dono, in soldi o più spesso cibo, retaggio della frutta secca che i monaci erano soliti regalare un tempo. Anche i bambini, come i frati, lasciavano in segno di riconoscenza un rametto di ginestra.
Sambari e Folclore
Nel folclore locale, il Sambaro è evoluto nel tempo: fu usato dai genitori come archetipo di paura per intimorire i bambini (“se non fai u bravu vennu i Sambari!“), ma poi si trasformò anche in una sorta di rito popolare.
Per “beffeggiare” e forse esorcizzare le paure legate a questa figura, gli abitanti di Pedavoli e Paracorio iniziarono a imitare i frati con travestimenti alla buona, suonando i campanacci per le vie del paese. Questo doveva essere anche e soprattutto un modo per perpetuare la figura dei Sambari, mantenendone viva la memoria, anche dopo la scomparsa dei monaci.
Sambari, oggi
In conclusione, la figura del Sambaro è una sintesi folcloristica e antropologica dai contorni indefiniti, un’eredità culturale che, pur avendo le radici nei monaci basiliani, è poi evoluta nel tempo a spauracchio per bambini, a gioco e a maschera.
Questa complessa commistione di significati unisce storia, leggenda e usanza popolare, giungendo a noi come una figura evanescente, le cui origini sono andate sfumando e i cui ricordi si confondono nelle pieghe dei secoli.
Le tradizioni del maju maju e dei Sambari dalla metà ‘900 sono andate progressivamente perdendosi e oggi vivono nei racconti e nella tradizione orale.
Si ringraziano per la preziosa collaborazione e il contributo alla realizzazione di questo testo:
- Maria Macrì
- Angela Vergara
- Gino Loria
E i tanti che con racconti orali e ricordi hanno aiutato a colorire di dettagli questa narrazione.
Fonti:
- Il culto di santa Marina fra Oriente e Calabria – Maria Macrì
- Delianuova com’era – A cura delle classi VA e VB e dell’insegnante Angela Vergara (a.s. 91/92)
- Il monastero di Santa Marina a Delianuova – SPOLIA. Journal of Medieval Studies – Francesca Zagari
È fondamentale sottolineare che l’analisi della figura dei Sambari si basa su una limitata quantità di fonti storiche, su studi specifici e su una ricostruzione a partire dai racconti popolari. Poiché la documentazione è scarsa, definire storicamente l’identità dei Sambari, rimane parzialmente sfuggente. Siete invitati a condividere eventuali ulteriori testimonianze, documenti o studi che possano contribuire a delineare meglio questa figura del folclore deliese.
Scrivere a:
info@visitdelianuova.it


